in collaborazione con il circolo culturale “Il Gabbiano” di La Spezia
Villa Maria, 10/24 giugno 2006
Non è possibile soffermarsi sui distinti profili di
Fernando Andolcetti, Emma Caprini, Cosimo Cimino, Mario
Commone e Mauro Manfredi, trascurando di sottolineare la
complessità della ricca vicenda espositiva del Circolo
Culturale “Il Gabbiano” della Spezia, dove per tempi
diversi ciascuno di loro ha maturato significative
esperienze culturali. Andolcetti e Cimino sono le
espressioni più autentiche di quella non comune passione
che ha fatto crescere ed apprezzare la storia del Gabbiano,
la cui continuità ha sicuramente pochi eguali nell’intero
paese. Mancato Manfredi - ma la sua vicinanza a noi tutti è
quanto mai affettuosamente concreta - Andolcetti e Cimino
rappresentano la memoria di questa importante realtà
espositiva, che negli anni ha saputo collezionare un
percorso divulgativo di molteplici espressività artistiche,
affermandosi nel tempo come riconosciuto centro di
promozione dell’esperienza concettuale.
In tale ambito, attraverso rigorose rassegne tematiche e
mostre personali, essi hanno suscitato contributi e
riflessioni di spessore internazionale, incentrati
sull’inesauribile processo, che identifica l’arte nel
dispiegarsi di sottili progetti mentali sostenuti dalla
centralità dell’idea. Un intrecciarsi di intuizioni
delinea, infatti, il vastissimo perimetro della
concettualità, scandita fisicamente da innumerevoli
varianti dalla significativa valenza visuale, accolte negli
spazi del Gabbiano, quali segni di una creatività che
impone tempi prolungati di osservazione. Tantissime opere
coniugano acuta originalità e perfezione esecutiva,
testimonianze della tensione dell’artista verso la
seducente bellezza.
Fatta questa breve e doverosa premessa, che intende
consapevolmente affermare l’autorevolezza del Gabbiano, è
opportuno indirizzare la nostra attenzione alle opere anche
eccentriche di ciascun artista, che hanno non pochi motivi
per alimentare con lo stupore il senso predominante della
libertà. Nel loro intimo, inoltre, tutti e cinque sono
autentici poeti e come tali sanno «posar le parole come il
pittore i colori e vedere il mondo spiegarsi nel suo
splendore» (A.Soffici).
Nel realizzare i suoi progetti visivi, Fernando Andolcetti
si giova molto spesso della musica, straordinaria alleata
che gli suggerisce preziosi motivi ispiratori, elaborati
con inappuntabile bon ton. Così nascono immagini dense di
armonie verbali e sonore, raccolte in lavori colti e
formalmente eleganti, che hanno in dote una spontanea
qualità comunicativa, perseguita come valore fondamentale.
In particolare, la tecnica palesemente raffinata di
Andolcetti è da ritenersi l’inderogabile peculiarità, a cui
l’artista perviene affermando una ricerca depurata di
qualsiasi traccia superflua.
Pure Emma Caprini privilegia l’essenzialità compositiva e
le sue opere identificano con spiccata originalità diverse
realtà dell’immagine, valorizzate da una speciale
leggerezza, propria della scrittura minuta disseminata con
ordine e in assoluta libertà su vari oggetti. L’artista
pare convenire che l’arte si trova nelle cose e nella vita
e, pertanto, in linea con la tipica indipendenza di Fluxus,
compone uno spaccato visivo efficace nel legare alla
propria intelligente operatività un approccio
sdrammatizzante e giocoso.
Lo slancio sperimentale non è davvero fugace in Cosimo
Cimino, artista che anche durante gli anni
dell’espressività astratta ha sviluppato una pittura mai
svincolata dal mondo esterno. Nel suo repertorio
linguisticamente ricco e dalla convincente impronta
concettuale si rileva la genuina propensione a non
rinunciare alla rappresentazione, concretizzata di continuo
in opere dai risvolti estetici quanto mai probanti. Ed
allora l’idea si materializza indifferentemente su tavole
di legno o sulla carta, sulla figuratività iperrealista
ricavata dal minuzioso ritaglio di lattine colorate o
lasciando il proprio sigillo di autenticità su attualissimi
reportage fotografici.
Mario Commone è tra gli esponenti dell’arte concettuale che
escludono dallo statuto della propria operatività qualsiasi
aggancio ad una referenzialità fisica. Lo spazio è il luogo
in cui egli inserisce proposizioni di celebri autori (Dove
non c’è amore non c’è arte, Et quid amabo nisi quod aenigma
est, ecc.), recuperate come citazioni già utilizzate da
scrittori in libri di successo. Sono sconfinate le
prospettive informative ed interpretative che si dispiegano
dal processo analitico che scaturisce con la scelta non
casuale di messaggi, il cui significato si estende ben
oltre la letterarietà dei loro enunciati.
Mauro Manfredi, infine, è figura di primissimo piano nel
panorama della poesia visiva, assunta come linguaggio
autonomo, avvolgente e dall’inesauribile capacità
combinatoria. La parola, rielaborata meticolosamente alla
stregua di una miniatura, si amalgama in paesaggi reali ed
architetture immaginarie, poetiche annunciazioni e
labirinti impossibili, segrete sonorità ed incantevoli
libri, riassunti in un’unica pagina intrisa di folgorante
sapienza, di sana emotività e di pregiata sacralità.
Quella di Mauro è un’assenza che si avverte. Ci mancano la
sua mitezza, la sua intelligenza, il suo sguardo
accogliente ed ironico, le sue precise puntualizzazioni,
inattaccabili e conclusive per la loro chiarezza. Ci sarà
ancora molto da dire su di lui.
Valerio P.Cremolini
